L’intenzionalità psichica è un momento di spinta neutra da parte dell’In Sé, mentre nell’azione dell’esistenza è spinta specificata. Le differenze esistenziali precisano il come. Gli istinti sono ordini di vita, mezzi di sopravvivenza e di autoconservazione.
L’istinto è azione tecnica specificata dell’In Sé attraverso la quale l’uomo diviene. È tecnica perché ogni variante è “funzione di” ed è “in funzione di”. La vera sede dell’istinto è ancora sotto la soglia del pensiero, ma è coglibile dalla nostra conoscenza razionale solo quando ha il suo riferimento storico, cioè quando passa attraverso la settorialità delle afferenze propriocettive dei diversi organi.

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L’Ontopsicologia ha per oggetto l’attività psichica inerente la fenomenologia umana, cioè studia l’esperienza psicologica, individua le cause che la costituiscono e gli elementi che possono risolverla.

L’attività psichica è l’azione base delle modalità del pensiero e della motivazione dell’esistere uomo, sino all’esteriorità somatica (il corpo è parola, lo psichico è senso).”Realtà” psichica (inconscio, pulsioni, associazioni, trasposizioni oniriche, allucinazioni, visioni, etc.) va intesa con la stessa concretezza con cui un fisico concepisce la materia.
È un mondo soggettivo operabile come: a) intenzionalità in anticipo a qualsiasi fenomenologia; b) pensiero o atto già formalizzato; c) ragione o volontà cosciente; d) via fantasiosa, artistica, onirica.
L’attività psichica è sempre invisibile. Anche il pensiero e la coscienza sono fenomenologia e non si può vedere la causa in sé. Quando pensiamo già riflettiamo: la nostra coscienza legge in fenomenologia.
L’In Sé ontico è la radicalità dell’attività psichica, il progetto della natura che costituisce l’essere umano.
L’ultima riduzione che possiamo fare dell’attività psichica è potenza formalizzante. La pura attività psichica non è tanto energia, ma è il processo della formalizzazione. Le immagini sono strutture attraverso le quali può accadere qualsiasi variabile energetica. Il principio agisce solo attraverso immagine.
Dicendo “attività psichica” si concepisce il primo e fondamentale muoversi dell’uomo, che poi si effettua come pensiero, emozione, temperamento, carattere, memoria, volontà, conoscenza. Si concepisce l’energia base dell’universo, la cui proprietà è di riorganizzarsi intatta al principio, mentre si effettua comunque. Mentre produce già si riorganizza in causa, per cui è circolare al centro. Per “attività psichica”, quindi, non si intende il pensiero, il ricordo, l’emozione, la psicosomatica: questi sono soltanto fenomenologie della pulsione psichica. La psiche di per sé resta sempre assente a qualsiasi misura, ma presente come evidenza.
“Psiche” è azione o uno dinamico che si dà tutta insieme, indivisa e senza parti, per cui di per sé può superare le coordinate di tempo e spazio continui. E’ ecceità dinamica olistica. Si dà sempre per intero identico e agisce o si muove per come intende (intenzionalità).
L’attività psichica è una forma che presenzia e specifica l’azione. La difficoltà specifica è che si estrinseca parte in modo cosciente, parte in modo inconscio. La parte cosciente è strutturata da due forme: 1) sistemi o stereotipi socio-legali (il tipo di morale, di linguistica, di politica, di educazione, etc.); 2) nuclei dinamici inconsci o censurati (anche la parte cosciente è un effetto di dinamica inconscia). I nuclei dinamici dell’inconscio sembrano essere preponderanti in qualsiasi formazione allogena e discrepanti dall’identità organica del soggetto.
Cioè l’attività psichica (la mente) ha la capacità, ha la virtualità di potersi esporre e cioè effettuare rimanendo intatta in se stessa. Quindi si può decidere fuori di sé, rimanendo intatti dentro di sé. Appena si decide il fuori di sé, l’attività della mente formalizza. Formalizzare significa: segnare l’effetto come deve accadere, come deve farsi.
Si ricordi l’interferenza del monitor di deflessione. Questa incidenza manipola il naturale excursus dell’effettualità tra attività psichica ed emozione. O si riesce a cogliere le cause nell’attività psichica o, operando quando le emozioni sono esposte, è troppo tardi.

La psicosomatica è una branca della psicologia medica volta a ricercare la connessione tra un disturbo somatico (anche generico) e la sua eziologia spesso di natura psicologica.

Il suo presupposto teorico è la considerazione dell’uomo come inscindibile unità psicofisica; tale principio implica che in ogni forma morbosa e fin anche nel trauma accidentale, giochino un ruolo accanto ai fattori somatici anche i fattori psicologici.

L’interconnessione tra un disturbo e la sua causa d’origine psichica si riallaccia alla visione olistica del corpo umano, all’interno della consapevolezza che corpo e la mente sono strettamente legati tra loro. Uno degli indirizzi più promettenti della ricerca in psicosomatica negli ultimi trent’anni (grazie anche allo sviluppo e alla nascita di nuove tecniche e tecnologie bio-mediche) è la psiconeuroendocrinoimmunologia, che ha l’obbiettivo di chiarire le relazioni tra funzionamento psicologico, secrezione di neurotrasmettitori ed ormoni e funzionamento del sistema immunitario.

La memetica è nata negli ultimi decenni da un concetto coniato da Richard Dawkins nel 1976 nel libro “Il gene egoista”. L’idea di fondo è che esistono delle idee trasmesse da mente a mente che acquisiscono una specie di vita autonoma nella mente dell’uomo e ne condizionano le scelte, diventano più importanti della realtà, creano a loro volta altri memi. In alcuni testi che trattano di memetica viene spiegato che non è importante quanto questa idea sia vera o profonda, ma quanto e come si diffonda e si replichi. In pratica funziona come un virus. Meme può essere un ritornello musicale fischiettato dalle persone, uno slogan, un’icona, una convinzione e anche un’ideologia.

Nel dizionario di Ontopsicologia il meme viene definito come un’immagine fine a se stessa, che non ha la connessione con la realtà della vita ed è l’esatto contrario del gene, che invece porta con sé una informazione della natura che costituisce crescita per il soggetto.

Secondo molti studiosi il punto sul quale la memetica si è arenata nei suoi studi e sviluppi è il non aver trovato spiegazione sull’origine dei memi.

Risposte che sono emerse invece dal 18 al 21 maggio del 2002, nel XVI Congresso Internazionale organizzato a Milano dall’Associazione Internazionale di Ontopsicologia sul tema “Ontopsicologia e Memetica”. L’Ontopsicologia da oltre trent’anni ha scoperto la presenza di immagini ripetitive nella mente dell’uomo che sono capaci di alterare la visione della realtà e condizionare l’uomo nelle sue scelte. Ha scoperto come e perché si formano ed ha formalizzato la tecnica per riconoscerle (e distinguerle dalle immagini che invece sono vitali) per non restarci fissati sopra.

Nel congresso del 2002 si è evidenziata la differenza d’impostazione tra la logica della vita (la logica della creatività e dell’evoluzione) e la logica memetica (la logica della ripetizione e della fissità).

Nelle oltre 100 relazioni del congresso, oggi diffuse e studiate in tutto il mondo, si è dimostrato che la vita dell’uomo non è una formula, né un codice ripetitivo. È vero che il mondo è dominato dai memi ma è anche vero che la realtà umana è capace di slanci creativi, di vitalità in un crescendo continuo.

Le più significative relazioni del congresso sono raccolte nel testo omonimo edito dalla Psicologica Editrice.

La psico-oncologia è una disciplina specifica “di collegamento” tra l’area oncologica e quella psicologica nell’approccio al paziente con cancro e alla sua famiglia. Gli obiettivi di questa disciplina vengono oramai proposti nei diversi Paesi come punti centrali dell’intervento in oncologia. La crescente espansione che sta conoscendo la psico-oncologia negli ultimi anni testimonia il ruolo sempre più importante che anche la medicina sta riconoscendo alle variabili psicologiche e comportamentali del paziente nel condizionare la patologia tumorale, sia in termini di rischio d’insorgenza che di progressione clinica e di risposta al trattamento.
Uno dei campi di ricerca della psico-oncologia è proprio l’individuazione dei meccanismi di reazione psicologica alla malattia che influenzano o permettono una più rapida guarigione. Di fatto, questi fattori restano ancora poco compresi. Proprio in questi giorni si sta ponendo all’attenzione della comunità scientifica il fenomeno delle remissioni spontanee in pazienti affetti da tumore .In uno studio pubblicato a Novembre 2008 su Archives of Internal Medicine, Zahal et al hanno analizzato i tassi di cancro invasivo della mammella sulla popolazione femminile norvegese. Con loro sorpresa, hanno osservato non solo che alcuni tumori invasivi andavano incontro a regressione spontanea, ma anche che questo sembrava verificarsi nel 22% delle donne incluse nello studio. Questo studio è il primo ad evidenziare un tasso così elevato di remissioni spontanee, un fenomeno generalmente considerato raro ed eccezionale. David Angus, direttore del centro oncologico di Los Angeles, afferma che “un tale dato non può che condizionare la visione globale del cancro fino ad oggi condivisa dalla comunità scientifica” (Rowan, 2009). Se il cancro regredisce, la spiegazione potrebbe risiedere in complesse interazioni che avvengono fra le cellule tumorali e il circostante ambiente all’interno del corpo del paziente. Ma lo stesso Angus riconosce che questa area di ricerca è ancora piuttosto oscura. Il sistema immunitario potrebbe inviare dei segnali che “spengono” il processo tumorale, ma “ad oggi è del tutto impossibile prevedere se un tumore andrà incontro a remissione”. La lente offerta dalla psico-oncologia può dare suo contributo alla comprensione di queste osservazioni? Forse, ma da sola non potrebbe garantire che questo contributo sia scientificamente fondato.
Se oggi il sistema immunitario sembra giocare il ruolo chiave nel processo cancerogeno, la ricerca condotta dall’Ontopsicologia ha dimostrato che, in realtà, il sistema immunitario agisce secondariamente rispetto all’etiologia primaria del processo patologico, che risiede nell’attività psichica del malato. L’Ontopsicologia, cioè, offre una visione più ampia della patologia tumorale che permette di compiere quel passo in avanti che oggi sembra mancare: dare una spiegazione razionale e coerente a questi fenomeni di remissione. Grazie agli strumenti d’analisi che consentono una lettura scientifica della psiche del malato, la patologia tumorale diventa comprensibile e prevedibile tanto nella sua insorgenza, quanto nel suo decorso e possibile esito.
Riferimenti bibliografici
Zahl et al (2008): The natural history of invasive breast cancers detected by screening mammography. Ann Int Med; 168(21): 2311-2316
Rowan K (2009): New study highlights questions surrounding spontaneous regression of tumors. J Natl Cancer Inst. 2009 Feb 18;101(4):225-7. Epub 2009 Feb 10

Grassi L e Morasso G (1999): Psico-oncologia: lusso o necessità, Giornale Italiano di Psico-Oncologia n°1, Il Pensiero Scientifico Ed., Roma

Morasso G et al (2002): Psiconcologia: lo stato dell’arte, in M. Bellini: Psiconcologia. Masson Ed, Milano 2002

Antonio Meneghetti (2008): La psicosomatica nell’ottica ontopsicologica. Psicologica Ed, Roma 1974-2008

Prima di diventare un grande scrittore si impara a leggere e a scrivere. Così prima di usare l’Ontopsicologia in maniera semplice ed elementare bisogna togliere alcuni difetti. Perché anche l’Ontopsicologia se non è capita in modo razionale, concreta e responsabile può diventare una fissazione ideologica che va a rinforzare la frustrazione finale.
Lo scopo è poter usare lo strumento “ontopsicologia” per poter cominciare una nuova generazione di leader. Ma prima bisogna togliere alcuni difetti, alcune difficoltà, alcuni pericoli che il giovane porta con sé e dove sostanzialmente rimane ingannato.
I punti da analizzare in questo senso sono tre: il biologismo, l’idealismo critico e il sesso. Non è necessaria la contemporaneità di tutti e tre per considerarli un pericolo. È sufficiente anche uno solo di essi per mettere in discussione la costruzione di una personalità efficiente del giovane nella società.
In sostanza il biologismo sarebbe ridurre l’umano ad una sola dimensione, cioè quella biologica, dimenticando la dimensione integrale dell’uomo. Vengono elusi, evitati i grandi riferimenti di conoscenza, intelligenza, felicità, responsabilità, superiorità. Cioè questo grande mondo di stupendi valori non viene sottolineati, non vengono incrementati nei giovani. Oppure tutti questi valori vengono ricattatati, vengono presi per fare servizio esclusivamente ai valori biologici cioè sesso, mamma, papà, famiglia, figli. Per la maggioranza dei giovani fare famiglia diventa lo scopo ultimo, primario, assoluto. Così il giovane perde la grande scuola del leaderismo sociale, l’ambizione, la superiore capacità di fare con capacità di guadagno continuo. Quando per esempio nell’età in cui è ricco di emozioni e prova delle paure, prova delle forme chiuse, questo dipende anche dal fatto che il giovane non ha imparato ancora le forme per verbalizzare, per estendere, per formalizzare i grandi potenziali che lui ha. Cioè non sa parlare. Sa solo emozionarsi e non costruisce niente. E questa è un’energia perduta perché non è formalizzata sul piano storico e sociale per soddisfazione individuale.
L’idealismo critico è la trappola dove tutti anche se per un breve periodo, siamo passati durante l’età adolescenziale. È cioè l’illusione di una onnipotenza di poter fare tutto che il giovane avverte quando cresce. Di fatto esiste questo perché comincia la coscienza di una potenzialità personale dove tutto potrà diventare possibile: il corpo cresce, si comincia a vedere con curiosità il mondo, si sperimenta l’indipendenza di pensiero. Tutto questo arriva con abbondanza per natura, ma esiste – nel giovane – ancora l’incapacità storica di poter usare questa forza. Il punto critico dove pedagogicamente bisogna intervenire è la responsabilizzazione del giovane di fronte a questa sua ricchezza personale; è l’insegnamento di una gestione matura di quello che rappresenterà la sua forza futura. Perché questa gratuità è data per un breve periodo della vita, non si può pensare di averla per sempre. E in questo tempo che si costruisce la struttura vincente per lo sviluppo della propria personalità.

Il sesso
È chiaro che i giovani sono la bellezza fisica di ciò che si riferisce alla struttura del sesso. E quindi là dove l’essere umano fiorisce prima, proprio lì arriva più rapida la malattia e anche la distruzione. Il sesso è un problema enorme e onestamente, molto grande. Non è un problema che nasce dalla natura, ma è un problema che si è formato attraverso le diverse forme di società, di civiltà in cui viviamo. Certamente ha la sua importanza perché la natura ha trasmesso l’eternità della specie esattamente nell’azione sesso cosicché attraverso esso la natura fa l’immortalità della specie. Non è il sesso in sé il problema, ma è lo stereotipo che si usa nel sesso che poi ferisce.
Il giovane è biologicamente pronto a livello sessuale in un momento della sua vita senza però avere la maturità psicologica del gesto. Ma ricevendo inoltre continui input dall’esterno che spingono all’azione sessuale, agisce poi a vuoto una funziona che non coglie in maniera funzionale per se stesso. Ma è circondato da stereotipi, condizionamenti che cercano comunque di imbrigliare uno degli istinti più belli della vita.

Tutti gli esseri umani sono preimpostati ad una tensione dolorosa, a volte spasmodica. Anche in pedagogia si cerca sempre di fare stimolo su questa tensione. La psicologia della vittoria è una delle cose che il monitor di deflessione ha cancellato nella memoria degli esseri umani; sostanzialmente ha lasciato la tensione e ha decapitato la testa. Ogni atteggiamento di dolore e di psicologia negativa nasce sempre da uno stato di frustrazione, quindi da uno stato in cui il soggetto viene deprivato del proprio naturale piacere di merito. Se la vita è piacere, se l’essere è estetico, se al finale ci si deve nutrire di bello, tutta la semovenza del proprio esistere ha senso se ha concreto il piacere come soddisfazione interiore e sottolineamento di una autoesaltazione.
Che cos’è la psicologia della vittoria? “Vittoria” significa: la forza che rinforza l’azione scorrendo: e’ molto più di vita. “Vita” significa: il luogo della forza. Con vittoria non si intende la riuscita davanti agli altri, ma una riuscita interiore, di autogenesi, la soddisfazione di avere fatto bene ogni cosa.
Di piacere ci si nutre e si vive. La vita è meravigliosa se si sa coltivare questo piacere fatto di tante microscopiche vittorie, le quali tessono una solida struttura di benessere. Occorre ritrovare il filone della psicologia della vittoria.

Anche nel momento del problema, della lotta, si deve ricordare che si sta facendo un altro esame. Quello che si è fatto prima è stato realizzato bene e ci si trova su quel fronte di guerra perché sono stati superati già altri fronti di guerra.
La psicologia della vittoria è consona a tutto ciò che è il fine dell’Ontopsicologia.
Il senso del paradiso sta già qui, tuttavia si deve realizzare questa trasparenza, cioè dall’oggettivo corporeo occorre entrare nella compresenza della forma estetica di quella sorgente che oggettifica e specifica le proprie individuazioni. Dal gusto della parte si deve entrare nel piacere del tutto. Questo si ottiene avendo sempre una vita ordinata con se stessi. “Ordinata” si intende: assestare bene, di azione in azione, il proprio quotidiano. Quando non si sta bene, vuol dire che si è sbagliato, non che gli altri hanno fatto del male. Si è sbagliato tecnicamente, si è messo un correlato improprio all’armonia. La malattia, la depressione e lo stato isterico indicano uno stato a vuoto, un errore comportamentale del soggetto, il quale ha attuato qualcosa di improprio alla propria struttura psicologica.
Non si arriva alla psicologia della vittoria fermandosi sugli strumenti, ma riqualificando in certi momenti la dignità di se stessi e la responsabilità di ciò che è possibile fare. E’ necessario vivere con ammirazione di se stessi, perché se stessi è il primo bene, l’unico fulcro dove la vita si riposa. Se la vita si riposa in un realizzato, è giusto che il realizzato partecipi di questa realizzazione.
Occorre verificare e perfezionare il proprio stile di vita. Dai frutti che si raccolgono, si capisce la crescita, ma mentre si raccolgono i frutti, bisogna saperli degustare, perché dopo, questi potenziano la loro azione ed inseminano un orizzonte più avanti.
Bisogna vivere di soddisfazione e del proprio orgoglio interiore, non tradire mai questo mondo interiore, perché quando lo si perde, viene meno tutto.
Tutto questo può esistere se è una scelta. La vita in un primo momento è necessità, poi diventa scelta.
Un vincente deve sapere che, proprio perché costruisce nuovi orizzonti all’essere, subirà gli attacchi da parte dei peggiori. Il mondo dei malati e dei falliti è enorme. E’ come se questi cercassero di diluire l’atroce colpa di avere tradito se stessi proiettandola sul primo vincente che capita. Chiunque abbia l’odore di vincente è il primo ad essere attaccato, perché – se incrimina il vincente – il perdente dimostra che non poteva fare più di quanto ha fatto. E’ semplicemente il tentativo meccanicistico di compensare la colpa.

Quando in Ontopsicologia si parla di volontà in relazione alla malattia, possono facilmente nascere dei fraintendimenti: non è la volontà di guarire, di reagire o di voler essere positivi davanti alle avversità…tutto questo non serve, se non individuo ed elimino quell’errore tecnico che mi ha portato alla malattia.
Pensiamo ad esempio a quando impariamo uno sport o una disciplina tecnico-artistica: per tutti può arrivare quel momento in cui qualcuno ci fa notare che abbiamo quel “difetto” o “vizio” tecnico ormai diventato abitudine. Che quando montiamo a cavallo abbiamo quel piede sinistro troppo in avanti e non ci permette il giusto contatto con l’animale, oppure che quando suoniamo il pianoforte c’è il polso che in un certo tipo di passaggi perde la posizione corretta e ostacola la fluidità musicale…non ce ne accorgiamo, ma abbiamo assunto degli atteggiamenti che ci inducono a fare sempre lo stesso errore e quindi a non essere efficienti come potremmo.

Tutto per un vizio tecnico. Bene, il nostro trainer, maestro, istruttore, ce lo fa notare: ci spiega dove commettiamo l’errore, ci sensibilizza e ci responsabilizza. Da quel momento, siamo noi che dobbiamo scegliere di fare diversamente ogni volta che affrontiamo quel certo passaggio dove puntualmente cadiamo e sbagliamo. Quante volte sembra addirittura impossibile? “Non ci riesco!”, “Ma come faccio? A me viene automatico così…”.

Ecco, non è vero. O meglio, è vero che dobbiamo lavorare un po’ per correggere e smantellare quel vizio oramai acquisito, perché si deve superare la pigrizia di cambiare un movimento, un gesto che ormai a noi non “costa fatica” perché va da sé! Infatti, c’è anche un ulteriore fattore da considerare: quando prendiamo un “vizio” che ormai è abitudine, succede che nel nostro organismo si attivano tutta una serie di meccanismi di adattamento volti a compensare le conseguenze di quell’errore. Per esempio, nell’equitazione succede che un piede fuori posto altera tutto l’intero assetto, cioè la posizione della gamba, del bacino, delle spalle, etc. Possiamo imparare a gestire perfettamente un assetto non corretto, ma quando arriva il momento in cui ci viene chiesto di fare di più o qualcosa di nuovo, la magagna esce fuori…Cioè, per noi diventa ancora più difficile accorgerci come quel vizio si riflette e condiziona il risultato finale: abbiamo sempre l’impressione che in noi tutto fili perfettamente liscio, ma non riusciamo poi a capire perché i risultati che otteniamo nelle varie competizioni non sono quelli che vogliamo! Chi è un tecnico serio in una qualunque disciplina tecnico-corporea, sa perfettamente questo.
E ci rendiamo conto che, arrivati al momento critico, siamo a noi a determinare se lasciar andare l’automatismo, che però è sbagliato, o decidere di prestare quell’attenzione che ci permette di fare diversamente: forse non “azzeccheremo” subito il gesto corretto ed esatto, ma intanto si comincia a contrastare quel vizio. Ed è attraverso una consapevolezza continua e costante che ad ogni gambata, ad ogni scivolamento delle dita sui tasti, scegliamo di non fare più quel vecchio movimento ma di seguire una nuova indicazione.
Cioè, lo sport e le varie discipline tecniche ci dimostrano che non è vero che i “difetti” ce li dobbiamo tenere così come sono: lavorando con un trainer capace e con un serio allenamento, attraverso la volontà e il metodo si cambia e la performance migliora… altrimenti dovremmo credere che gli atleti perdano il loro tempo quando si allenano…altrimenti dovremmo credere che non esista per loro possibilità di migliorarsi e che anche le competizioni non abbiano senso di esistere!
Chi ha una passione per una qualunque disciplina, sa che non è così.
Se questo suona chiaro parlando di sport, sembra più difficile vederlo applicato alla nostra intera esistenza, nella vita di tutti i giorni, incluso nel momento della malattia: la nostra volontà è quella che entra in gioco nello scegliere se continuare in quell’errore tecnico che oramai conosciamo oppure se seguire una nuova indicazione. In questo senso, l’Ontopsicologia spiega che in ultim’analisi è la volontà del paziente il fattore limitante il successo della cura, perché se la persona non sceglie con la propria volontà responsabile di cambiare quel passaggio sbagliato, la malattia persiste.
Se l’atleta, una volta che sa, continua a commettere quell’errore, non potrà certo competere per le Olimpiadi. E a nulla varranno le lamentele e i ricorsi per essere stato escluso.

Immaginiamo di essere in sella alla nostra super-bicicletta, armati di entusiasmo e buona volontà, con la convinzione che tutta quell’energia fisica e mentale che stiamo investendo, pedalata dopo pedalata, sarà presto ripagata…passati i tornanti del valico di montagna, ci aspetta il traguardo! Il percorso però ci sembra più lungo del previsto, ma si continua a pedalare perché non si può mollare proprio ora! Immaginiamo allora che qualcuno arrivi da dietro a bussarci sulla schiena…toc toc…e questo basta per farci accorgere di colpo che siamo su una bella cyclette, a pedalare, a sudare e a faticare a vuoto…è questa più o meno la sensazione che si prova quando si incontra il metodo ontopsicologico.
Mente e corpo, geni e ambiente, natura e cultura, ereditarietà e apprendimento…sono sono alcuni esempi delle numerose contrapposizioni che dilaniano la ricerca scientifica in generale, e in particolare quella relativa alla difficile convivenza fra medicina e psicologia. Perché ci si ammala, da dove viene il sintomo e come si trasmette la malattia…se per passione, per obbligo di studio o per professione ci si dedica all’indagine su questi due poli, non si può fare a meno di sperimentare l’effetto di “rimpallo” tipo pallina da ping-pong: è vero tutto ed il contrario di tutto, tante ricerche sostengono ciascun versante ma altrettante lo smentiscono. Per tanto tempo ho creduto che quella sensazione di aria che si accumula e che pesa nella testa, che puntualmente arrivava quando m’immergevo in queste analisi, fosse l’espressione di una personale incapacità di capire e di cogliere il bandolo della matassa. Finchè non è arrivata un’esperienza diversa: la testa sgombra, leggera, ma lucida e consapevole. È stato in quel momento che ho capito che la pesantezza nella testa era il segnale di una ricerca che andava a vuoto…insomma, come quando si pedala sulla cyclette!
La tesi della scienza Ontopsicologica, basata sull’esperienza clinica, è semplice e chiara: l’attività psichica può cambiare le coordinate biologiche ed alterarle molecolarmente . Non esiste cioè alcun salto “misterioso” dalla causa psichica all’effetto somatico, ma piuttosto continuità. Il male è sempre un linguaggio dell’uomo totale, pertanto la ricerca che parte dagli effetti, come nel campo medico, non ci consente di rintracciare la causa. Invece, partendo dal campo dell’attività psichica, si può sapere la causa, prevederla, controllarla e cambiarne anche gli effetti.

Domanda: quello che non capisco è perchè la ricerca scientifica che si fa in ambito istituzionale non sia arrivata a queste stesse conclusioni, se sono veramente così semplici, ma continui invece a rimanere imbrigliata nelle contrapposizioni…

In ultim’analisi, il problema che mantiene miope la scienza attuale è legato al metodo.
La situazione oggi è la seguente. La medicina ammette al massimo che i fattori psichici possano essere uno dei tanti fattori che contribuiscono alla malattia (si parla di etiologia multi-fattoriale e di sistema psico-neuro-immuno-endocrino etc.). Ma se si parla di causa, di quel fattore da cui tutto origina e in base al quale si spiegano tutti gli effetti, ci troviamo davanti a due schieramenti contrapposti.
Da un alto, c’è chi cerca la causa solo ed esclusivamente nel somatico ma, attenzione: nessuno ha dimostrato che la malattia nasce senza eccezioni nel corpo, altrimenti non osserveremmo quelle contraddizioni che la medicina oggi non riesce a spiegare. Due esempi su tutti: perché esistono persone che, pur essendo ripetutamente esposte al virus dell’HIV, non si ammalano? Perché esistono persone che, pur non avendo neanche mai pensato al fumo nella loro vita, si ammalano del tumore tipico del fumatore incallito? Tuttavia, i ricercatori del partito del “corpo” sanno bene che, per essere riconosciuti come “ortodossi”, devono rivolgersi con priorità all’organico e questo per una ragione legata al metodo: non dispongono di strumenti che permettono di indagare la psiche in maniera scientifica, pertanto la escludono dal campo di analisi e ritengono blasfeme parole come “olistico” o “inconscio”.
Queste terminologie vengono invece accettate di buon grado da chi è iscritto al partito dell’opposizione, quello della “psiche”. Qui troviamo tutti coloro che raccolgono gli scarti del partito “organicista” e ne fanno la propria bandiera. Cioè, riconoscono il valore e il ruolo delle forze psichiche nel determinismo degli eventi somatici, riconoscono il concetto della malattia come “messaggio”, cioè come comunicazione di un errore esistenziale che l’individuo commette. Questi spunti possono anche essere interessanti, se non fosse per il fatto che non vediamo mai codificato un metodo per l’identificazione della causa che spiega il perché e il come della malattia e che, una volta variata, spieghi senza eccezione anche la guarigione. In altre parole, esattamente come gli organicisti, anche i sostenitori della psiche mancano di un metodo che gli consenta di procedere scientificamente. È per questo che nascono in quest’ambito tutte quelle discipline “energetiche”, a carattere mistico, etichettate con suffissi del tipo “para-” o “meta-” ad indicare proprio il fatto che si muovono a latere o al di fuori di ciò che oggi è scienza.
Quindi, il modo di operare della scienza oggi non è in grado di indagare la realtà della psiche e, a seconda che io la escludo o la esalto, appartengo ad uno dei due partiti: in un caso sono dentro alla convenzione proposta dalla scienza, nell’altro caso ne sono fuori.
È come quando in azienda c’è che chi lavora sempre dentro le procedure e chi ne esce gestendo continuamente le eccezioni: in fondo non si tratta di “buoni e cattivi”, ma si tratta di prendere atto del fatto che esistono delle possibilità di azione, non previste dalle procedure, che sono solo in attesa di un modo per essere codificate…“non esistono misteri, ma solo realtà insufficientemente conosciute” . L’Ontopsicologia colma proprio questo gap.

Domanda: e cosa avrebbe di diverso l’Ontopsicologia da quelle discipline “alternative” che appellano al “potere della mente” e all’ “auto-guarigione”?

Rispondere a questa domanda significa spiegare perché l’Ontopsicologia è scienza e, in particolare, perché è l’unica scienza che può di diritto sostenere la continuità fra psiche e soma, superando quindi l’enigma posto da Freud del “salto”. In sostanza, è tutto riconducibile all’originalità e all’esclusività del metodo ontopsicologico.
Il metodo con cui si opera secondo l’ottica ontopsicologica permette infatti di indagare con la logica razionale tutte le realtà dell’uomo, incluse quindi tutte le varianti della psiche. Ciò che conferisce la razionalità a questa indagine sono le tre scoperte, cioè i tre strumenti-chiave su cui si basa il metodo e che sono uniche ed esclusive della scienza ontopsicologica: In Sé ontico, campo semantico e monitor di deflessione. Senza queste tre scoperte, non si può fare scienza. Il metodo è nato dalle osservazioni della pratica clinica e da quando è stato definito, cioè più di trent’anni fa, non si è mai verificato un caso che non potesse essere spiegato, compreso e risolto attraverso le tre scoperte. La loro applicazione permette infatti di capire come le dinamiche psichiche strutturano l’organico, di conoscere il criterio specifico di ogni individuo in base al quale stabilire la sanità e la malattia e, quindi, di sapere se i comportamenti del soggetto determinano la salute o l’alterazione patologica delle cellule.
In Ontopsicologia si ha evidenza continua che è sempre la nostra psiche ad essere la responsabile di sintomi che si manifestano sia a livello mentale (depressione, ansia fino alla schizofrenia) che fisico (disturbi neurovegetativi, infezioni fino al tumore). Mente e corpo sono due facce della stessa medaglia, cioè di quell’architetto che progetta e costruisce la malattia con un preciso scopo: l’attività psichica. Non è pensabile voler capire un edificio senza l’architetto. Per le peculiari caratteristiche del suo procedere, il metodo ontopsicologico è in grado di intercettare quel specifico progetto che determina quel specifico effetto sintomatico.
È solo così che si supera per la prima volta in campo scientifico ogni dualismo mente-corpo. Qualche “barlume” di riconciliazione oggi viene dalle neuroscienze. Le neuroscienze stanno cominciando a dimostrare che l’esperienza registrata dal soggetto, quindi un comportamento appreso, è in grado di produrre variazioni dell’espressione genica, e che quindi non esisterebbe nessuna contrapposizione fra geni e ambiente. Le neuroscienze si stanno avvicinando a quanto asserito dall’Ontopsicologia da decenni, cioè che la mente, mentre pensa, agisce . Tuttavia, mancando della conoscenza ontopsicologica dei fattori che operano nella psiche, queste evidenze non possono tradursi in operatività sul malato nella prassi clinica, ed è per questo che i più illustri neuroscienziati sono i primi a riconoscere che “anche se la ricerca in campo psichiatrico ha cominciato a riconoscere le potenzialità delle neuroscienze, l’entusiasmo scientifico ad esse connesse non ha ancora contagiato la pratica clinica, né ha influenzato la diagnosi e il trattamento dei disturbi” .

Domanda: ma allora il metodo ontopsicologico è una sorte di bacchetta magica che risolve ogni male? Va bene che sia semplice, ma così sembrerebbe anche esserlo un pò troppo…

Chiariamo subito un aspetto: quando conosciuto ed applicato con esattezza dall’operatore, il metedo porta senza eccezione ai risultati previsti. Ma c’è una condizione senza la quale non si può intervenire, nè col metodo ontopsicologico così come con nessun altro strumento: il malato deve dare la sua disponibilità.
Cioè, una volta che il metodo ontopsicologico identifica il progetto della malattia nella psiche del soggetto, si spiega all’individuo che è lui stesso nel suo inconscio ad essere l’architetto costruttore del suo male e qual è lo scopo che lui vuole ottenere attraverso l’aberrazione patologica, cioè a cosa serve la sua malattia. Il soggetto viene così responsabilizzato a livello della sua volontà cosciente. È in questo momento che l’individuo si trova davanti ad una libera scelta: cambiare, dando quindi la disponibilità all’intervento del metodo, oppure continuare a portare avanti quell’errore tecnico che lui commette nel condurre la propria vita e che causa la malattia. L’errore che tu pensi e gestisci sagoma il corpo .
Nessuna tecnica può scardinare o by-passare questo punto di libera scelta interiore sul quale l’operatore non può e non deve intervenire.

Domanda: questo concetto non sembra essere proprio una novità, però…ha qualcosa a che vedere con quanto si osserva in psicoterapia?

Assolutamente sì. Abbiamo detto che psiche e soma sono solo due facce di una stessa medaglia. Quindi, non solo la logica del sintomo è la stessa, sia che si manifesti a livello psicologico o somatico, ma anche la logica della resistenza è sempre la stessa. È inutile che il paziente dica di voler guarire se poi non sceglie di rinunciare all’abitudine di un atteggiamento o comportamento che, seppur comodo e ormai tanto caro, causa la malattia: questo vale sia in psicoterapia che in medicina. Ma mentre in psicoterapia questo fenomeno è ben noto e si identifica con la resistenza, in medicina la sola idea che il paziente possa opporsi alla sua guarigione sembra assurda. Per questo, la resistenza in medicina non è neanche mai stata indagata. L’unico ruolo che viene riconosciuto al paziente nel successo della terapia è in termini di compliance, cioè di aderenza alle indicazioni ricevute relative all’assunzione di farmaco e a certi stili di vita più o meno salutari. Una curiosità: digitando “resistenza e terapia” sui motori di ricerca internet, le voci che compaiono sono tutte relative a due ambiti: quello psicoterapico e quello infettivo. Come l’intervento del terapeuta si associa alla resistenza che attiva il paziente e che può portare al fallimento della terapia, così una terapia farmacologia, per quanto valida ed efficace, può dare vita alla resistenza se il paziente non è aderente alle indicazioni che riceve sulle modalità della sua assunzione…
Tuttavia il medico, quando opera in buona fede, non prenderà mai in considerazione l’idea di attribuire al malato la responsabilità dell’insuccesso terapeutico. L’impressione è il medico si senta sempre in qualche modo “complice” o “colpevole” della mancata guarigione…probabilmente questo accade anche per il fatto che, dentro di sé, si sente in deficit, cioè pur avendo fatto tutto quello che è nelle sue possibilità, forse sente che c’è dell’altro…ma sente anche di non essere tutelato da uno “strumento” che gli garantisca un procedere sicuro nel processo di diagnosi e di cura.

Domanda: sembrano però anche qui esserci delle contraddizioni: se per l’Ontopsicologia la causa è nella psiche, allora cosa ne è della medicina? Sembrerebbe quasi che il medico non abbia più ragione di esistere, tanto fa tutto la psicologia…è così?

Non si deve pensare ad una confusione fra le due funzioni: la psicologia non può sostituire la medicina e viceversa. Per essere chiari ed evitare ogni fraintendimento, quando si dice che la scuola ontopsicologica cura con “esclusione” medica non significa che si taglia fuori in senso assoluto l’intervento medico; piuttosto significa che all’interno della psicoterapia ontopsicologica non vengono prescritti farmaci e che, allo stesso tempo, lo psicoterapeuta non interferisce con le cure mediche che il paziente sta seguendo o deve seguire. Ci sono casi, infatti, dove si può agire esclusivamente attraverso l’analisi psicoterapica, così come ci sono casi che implicano l’intervento sia da parte medica che psicologica. Il campo medico si conferma indispensabile per rimuovere le effettualità patologiche che, se lasciate, diventano a loro volta causa di ulteriori alterazioni. Bisogna però ricordare che la medicina da sola non può essere risolutiva perchè non agisce e non cambia lì dove viene disegnata la strategia della malattia, cioè nella psiche.
Ma i vantaggi per il medico che derivano dalla conoscenza del metodo ontopsicologico sono indubbi: il medico per la prima volta ha una possibilità di qualificazione che gli consente di procedere sotto la guida di un faro esatto e, quindi, di intervenire in maniera funzionale, cioè mirata ed efficace, all’interno del processo di cura che è primariamente psichico.Questo si traduce per il medico anche in una maggiore soddisfazione nell’esercizio della professione, nell’acquisizione di una superiore leadership (il cui valore terapeutico è riconosciuto da tutti) e in una maggiore economia del proprio operato. Le strumentazioni ontopsicologiche gli permettono infatti in primo luogo di evitare di perdere tempo in lunghe ed inutili indagini, poi di non seguire a vuoto una patologia cronica e, in ultimo, di non “violentare” ma, anzi, imparare a rispettare le volontà dell’inconscio del soggetto che, altrimenti, rischiano di trasformarsi in veri e propri boomerang che si ripresentano sotto le spoglie delle ben note problematiche a carattere medico-legale.

A. Meneghetti (1974): “La psicosomatica nell’ottica ontopsicologica”. Psicologica editrice, Roma 2008
P. Gates (1959) in “Il misterioso salto dalla mente al corpo” a cura di F. Deutsch. Martinelli editore, Firenze 1975
A: Meneghetti, op. cit.
E. Kandel (2005): “Psichiatria, psicoanalisi e nuova biologia della mente”. Raffello cortina Editore, Milano 2007
A: Meneghetti, op. cit.

Alzi la mano chi non ricorda la famosa legge di Murphy: “se qualcosa può andare male, stai sicuro che sarà così”.
C’è tanto umorismo e ironia attorno a questa saga del pensiero murphologico che rende la cosa anche simpatica, ma ogni volta che la sentivo citare, in circostanze ad hoc, una parte di me ha sempre rabbrividito…tralasciando le “suggestioni” personali, rimango letteralmente allibita quando un giorno scopro su un testo di psicologia (inserito tra l’altro in un corso di medicina!) che è stato effettivamente descritto e codificato un fenomeno noto come “profezia che si autoavvera”.
La psicologia riconosce l’esistenza di una distorsione del modo in cui percepiamo l’ambiente intorno a noi che è legata alle nostre aspettative, al punto che ci comportiamo in maniera tale da poter confermare le nostre previsioni. Il modo in cui percepiamo e interpretiamo il mondo può influenzare il modo in cui l’ambiente stesso opera, per cui il risultato è una previsione auto-confermata.
Non so voi, ma io ho avuto un vero attimo di sbandamento: nero su bianco si legge che noi, con il nostro atteggiamento e modo di pensare, possiamo condizionare quello che accade, creando la realtà come ce la aspettiamo…e tutto si limita ad un paio di paginette striminzite, come se il fatto di non sapere come spiegare questa cosa la rendesse “secondaria” e trascurabile!
Mi metto di nuovo a ricercare ed effettivamente non trovo molto di più su questo argomento, ma ho la conferma ulteriore che questo fenomeno è ben conosciuto in psicologia e, forse, dovrebbe essere più noto a tutti…
Il concetto di profezia che si autoavvera è stato introdotto per la prima volta nelle scienze sociali nel 1948 da Robert Merton per descrivere “una supposizione o profezia che, per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando il tal modo la propria veridicità”. In sostanza, si tratta di un’opinione che, pur essendo originariamente falsa, per il fatto di essere creduta, conduce ad un comportamento che la fa avverare. Leggendo dalla Blackwell Encyclopedia of Social Psychology (1995), una profezia che si autoavvera si riconosce dal fatto che le credenze originariamente errate di alcune persone (per aspettative, stereotipi, pregiudizi) causano comportamenti che confermano effettivamente queste credenze.
Nel 1974 il ricercatore Rosenthal ha messo in luce quello che poi è stato definito “l’effetto Pigmalione”: ad alcuni insegnanti di scuola elementare disse che il gruppo A di bambini aveva riportato punteggi più elevati ai test d’intelligenza rispetto al gruppo B. Dopo un anno scolastico, i bambini del gruppo A avevano effettivamente un rendimento migliore degli altri, nonostante Rosenthal avesse compiuto la distinzione fra i due gruppi in maniera del tutto casuale e senza neanche conoscere i risultati del test d’intelligenza! L’esperimento dimostra che gli insegnati assumono un atteggiamento, influenzato dalle loro aspettative, che condiziona l’esito finale in maniera da realizzare la previsione: stimolano di più quei ragazzi che credono essere i più intelligenti, gli danno più fiducia e più attenzioni a scapito degli altri che si convinceranno di essere “inferiori”.
Questo meccanismo subdolo è riconosciuto come essere molto diffuso. Pensiamo al mercato finanziario: se esiste un’informazione diffusa di un crollo imminente (non importa se vera o falsa, basta che sia creduta!), gli investitori possono perdere fiducia, vendere così le proprie azioni e causare realmente il crollo.
Ma basta anche semplicemente guardare alle relazioni interpersonali che ci toccano da vicino. A qualcuno può capitare di avere paura di risultare antipatico ma, contemporaneamente, senza neanche accorgersene, si comporta con chiusura e ostilità risultando realmente sgradevole. Risultato: “Ecco, lo sapevo, per l’ennesima volta sono riuscito a rovinare tutto e a risultare ancora antipatico!”. Per non parlare poi di chi pensa che, ad esempio, sia destinato ad essere abbandonato da tutti i partner…la paura genera comportamenti morbosi di gelosia , possessività e via dicendo che non possono che produrre l’esito “sperato”.
Eh sì, perché alla fine ci facciamo forti del fatto che la nostra “visione” del mondo si conferma sempre corretta e che quindi abbiamo ragione!

Poco male se questo genera sofferenza, angoscia e disperazione…in fondo, così è la vita…o no??
Insomma, la legge di Murphy sembra avere un serio fondamento scientifico?
La risposta è sì, ma una spiegazione chiara e razionale di questa legge, in apparenza così ingenuamente ironica, può arrivare dall’Ontopsicologia.
Perché?
L’Ontopsicologia spiega che sin dalla primissima infanzia riceviamo delle informazioni sulle quali apprendiamo degli schemi di pensiero e quindi di comportamento (stereotipi). Di fatto, ripetiamo questi schemi incessantemente per tutta la vita senza neanche rendercene conto, come in una rappresentazione teatrale di cui siamo ormai degli insuperabili interpreti…ma siamo così calati nel personaggio da aver dimenticato che è solo una finzione e non la realtà! In sostanza, questo copione diventa così potente da diventare il “filtro” attraverso il quale selezioniamo e costruiamo la nostra realtà che, rispetto alla varietà del reale totale, si riduce sempre nelle stesse poche misere scene…in qualunque contesto arriviamo, in ambito personale o professionale, a casa propria o dall’altro capo del mondo, leggiamo le situazioni sempre attraverso lo stesso codice (attraverso il meccanismo di proiezione) e, anzi, siamo così scaltri da riconoscere immediatamente chi sono i soggetti più adatti e meglio predisposti per mettere in atto la solita sceneggiatura (selezione tematica complessuale). È così che possiamo passare una vita fra un partner e l’altro senza renderci conto che in sostanza Laura, Elisa, Anna, Bruna, etc. hanno sempre la stessa “conformazione”, non solo psicologica ma spesso addirittura fisica…oppure che il compagno di banco a scuola ricorda “vagamente” il collega di stanza di oggi, solo che da piccoli si “copiava” e si litigava per essere i primi della classe, oggi si compete per la “strategia più innovativa” che farà colpo sul direttore per essere riconosciuti come i “best performer”…ma la dinamica è sempre la stessa!
L’Ontopsicologia è andata ancora oltre, spiegando la capacità dell’attività psichica inconscia di plasmare la realtà ed individuando, attraverso delle scoperte esclusive, cosa sono e come funzionano quelle informazioni che, una volta credute vere, si fanno costruttrici di realtà, cioè i cosiddetti memi. Rimando a testi specifici per gli approfondimenti del caso.

Antonio Meneghetti e AAVV: Ontopsicologia e Memetica. Psicologica Editrice, Roma 2003.
Robert K Merton: “La profezia che si autoavvera” in Teoria e Struttura sociale, vol. II. Il Mulino, Bologna 1971.