Dal latino  id quod et quo intendit, intus actionis = ciò che fa e per cui si fa il dentro dell’azione. Quel dentro dove l’essere agisce.
Il fine dove l’azione fa vettorialità o direzione ( = scopo).
Struttura formale che vincola la modalità dell’azione.
Il verso in cui l’azione si omologa e si configura di per sé all’interno di un contesto.
Qualsiasi modo energetico del mondano si origina e si concretizza sulla tipicità dell’intenzionalità.
Anche se la sua essenza è intrinsecità noumenica, è sempre rilevabile attraverso le sue dirette proiezioni che costituiscono le rappresentazioni sincrone o immagini speculari. Appunto queste ultime configurano il che cosa e come l’azione sta agendo in me.
La scienza ontopsicologica è la proposta di una psicologia basata sui processi dell’intenzionalità psichica, rilevabile da quelle proiezioni speculari che non sono altro che rappresentazioni non deformate da induzioni di monitor di deflessione o di stereotipi culturali.
Il vettore, o direzione, o forma all’interno dell’azione; è come l’azione si interiorizza in uno stato e lo cambia. E’ una novità che entra e formalizza un quantico per uno scopo specifico.

La matrice fa l’introduzione, la specificazione e la stabilizzazione dello stereotipo cardine. Essa è uno stereotipo dominante che poi consente tutti gli altri, imponendo una selezione tematica. Il soggetto, da quel momento in poi, è segnato ad essere sempre in quel modo, a meno che un giorno non riesca ad autonomizzarsi, riconfigurando in se stesso la coincidenza tra Io logico storico ed In Sé ontico. Normalmente si convive con questo marchio che preimpressiona. C’è una necessità a sbagliare ed ognuno lascia il timbro della propria matrice, la quale fa la specificità di destino.
Matrice: significa lo stampo originale che incide più cose sempre allo stesso modo. E’ il codice madre, l’incisore che dà l’identikit, introduce il codice delle ripetizioni di un complesso.
Riflessa: significa che noi riceviamo il carattere del monitor di deflessione non sotto forma di trapianto, ma nel modo della riflessione attraverso gli occhi (affettività ottica) con uno degli adulti. La matrice viene riflessa nel bambino attraverso lo sguardo ed il momento emozionale del fatto (scena matrice o scena primaria).
Il fatto chiave, o scena primaria, in seguito articola la tipologia del carattere complessuale. La scena matrice non costituisce di per sé un evento sbagliato, ma è un fatto qualunque che viene considerato peccaminoso dall’adulto. Ad un fatto indifferente del bambino, la madre trasmette una interpretazione negativa, aggiungendo una condanna morale.
Questa interpretazione negativa costituisce la base della deviazione complessuale; non è il fatto in sé a farlo. L’errore comincia quando il bambino assesta dentro di sé e metabolizza l’interpretazione negativa dell’adulto, cioè quando accetta la polizia psichica della madre all’interno di se stesso in connessione al fatto in sé indifferente.
L’immagine matrice, una volta metabolizzata cerebralmente, viene investita emozionalmente dall’organismo, per cui il complesso è il precipitato psicoemotivo del monitor di deflessione.

L’uomo vive infinite situazioni durante la propria esistenza, quaranta, cinquanta, sessanta anni e più, però ha un’unità di memoria e questo costituisce quello che in Ontopsicologia si chiama “Io logico storico”: la parte logica e cosciente di tutte le operazioni volontarie, responsabili, riflessive, intelligenti, razionali, mnemoniche, etc. di un essere umano. Se si perdesse la memoria, ogni persona potrebbe essere qualsiasi altra persona, sempre vivente, ma non sarebbe più il “tal dei tali” nato in quel paese, che ha quel tipo di amici, di moglie o di marito, di affari, di relazioni, etc.

L’Io logico storico è dunque un “continuum” nel sociale, nello storico, nell’esistenziale: fa entrare il soggetto nella storia, nel divenire, nel prima e poi. Diversamente, l’In Sé ontico (il progetto di natura unico e irripetibile per ogni essere umano) non ha memoria, non ha prima e poi: è sempre attivo totale.

L’intenzionalità psichica è un momento di spinta neutra da parte dell’In Sé, mentre nell’azione dell’esistenza è spinta specificata. Le differenze esistenziali precisano il come. Gli istinti sono ordini di vita, mezzi di sopravvivenza e di autoconservazione.
L’istinto è azione tecnica specificata dell’In Sé attraverso la quale l’uomo diviene. È tecnica perché ogni variante è “funzione di” ed è “in funzione di”. La vera sede dell’istinto è ancora sotto la soglia del pensiero, ma è coglibile dalla nostra conoscenza razionale solo quando ha il suo riferimento storico, cioè quando passa attraverso la settorialità delle afferenze propriocettive dei diversi organi.

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L’Ontopsicologia ha per oggetto l’attività psichica inerente la fenomenologia umana, cioè studia l’esperienza psicologica, individua le cause che la costituiscono e gli elementi che possono risolverla.

L’attività psichica è l’azione base delle modalità del pensiero e della motivazione dell’esistere uomo, sino all’esteriorità somatica (il corpo è parola, lo psichico è senso).”Realtà” psichica (inconscio, pulsioni, associazioni, trasposizioni oniriche, allucinazioni, visioni, etc.) va intesa con la stessa concretezza con cui un fisico concepisce la materia.
È un mondo soggettivo operabile come: a) intenzionalità in anticipo a qualsiasi fenomenologia; b) pensiero o atto già formalizzato; c) ragione o volontà cosciente; d) via fantasiosa, artistica, onirica.
L’attività psichica è sempre invisibile. Anche il pensiero e la coscienza sono fenomenologia e non si può vedere la causa in sé. Quando pensiamo già riflettiamo: la nostra coscienza legge in fenomenologia.
L’In Sé ontico è la radicalità dell’attività psichica, il progetto della natura che costituisce l’essere umano.
L’ultima riduzione che possiamo fare dell’attività psichica è potenza formalizzante. La pura attività psichica non è tanto energia, ma è il processo della formalizzazione. Le immagini sono strutture attraverso le quali può accadere qualsiasi variabile energetica. Il principio agisce solo attraverso immagine.
Dicendo “attività psichica” si concepisce il primo e fondamentale muoversi dell’uomo, che poi si effettua come pensiero, emozione, temperamento, carattere, memoria, volontà, conoscenza. Si concepisce l’energia base dell’universo, la cui proprietà è di riorganizzarsi intatta al principio, mentre si effettua comunque. Mentre produce già si riorganizza in causa, per cui è circolare al centro. Per “attività psichica”, quindi, non si intende il pensiero, il ricordo, l’emozione, la psicosomatica: questi sono soltanto fenomenologie della pulsione psichica. La psiche di per sé resta sempre assente a qualsiasi misura, ma presente come evidenza.
“Psiche” è azione o uno dinamico che si dà tutta insieme, indivisa e senza parti, per cui di per sé può superare le coordinate di tempo e spazio continui. E’ ecceità dinamica olistica. Si dà sempre per intero identico e agisce o si muove per come intende (intenzionalità).
L’attività psichica è una forma che presenzia e specifica l’azione. La difficoltà specifica è che si estrinseca parte in modo cosciente, parte in modo inconscio. La parte cosciente è strutturata da due forme: 1) sistemi o stereotipi socio-legali (il tipo di morale, di linguistica, di politica, di educazione, etc.); 2) nuclei dinamici inconsci o censurati (anche la parte cosciente è un effetto di dinamica inconscia). I nuclei dinamici dell’inconscio sembrano essere preponderanti in qualsiasi formazione allogena e discrepanti dall’identità organica del soggetto.
Cioè l’attività psichica (la mente) ha la capacità, ha la virtualità di potersi esporre e cioè effettuare rimanendo intatta in se stessa. Quindi si può decidere fuori di sé, rimanendo intatti dentro di sé. Appena si decide il fuori di sé, l’attività della mente formalizza. Formalizzare significa: segnare l’effetto come deve accadere, come deve farsi.
Si ricordi l’interferenza del monitor di deflessione. Questa incidenza manipola il naturale excursus dell’effettualità tra attività psichica ed emozione. O si riesce a cogliere le cause nell’attività psichica o, operando quando le emozioni sono esposte, è troppo tardi.

La psicosomatica è una branca della psicologia medica volta a ricercare la connessione tra un disturbo somatico (anche generico) e la sua eziologia spesso di natura psicologica.

Il suo presupposto teorico è la considerazione dell’uomo come inscindibile unità psicofisica; tale principio implica che in ogni forma morbosa e fin anche nel trauma accidentale, giochino un ruolo accanto ai fattori somatici anche i fattori psicologici.

L’interconnessione tra un disturbo e la sua causa d’origine psichica si riallaccia alla visione olistica del corpo umano, all’interno della consapevolezza che corpo e la mente sono strettamente legati tra loro. Uno degli indirizzi più promettenti della ricerca in psicosomatica negli ultimi trent’anni (grazie anche allo sviluppo e alla nascita di nuove tecniche e tecnologie bio-mediche) è la psiconeuroendocrinoimmunologia, che ha l’obbiettivo di chiarire le relazioni tra funzionamento psicologico, secrezione di neurotrasmettitori ed ormoni e funzionamento del sistema immunitario.

La memetica è nata negli ultimi decenni da un concetto coniato da Richard Dawkins nel 1976 nel libro “Il gene egoista”. L’idea di fondo è che esistono delle idee trasmesse da mente a mente che acquisiscono una specie di vita autonoma nella mente dell’uomo e ne condizionano le scelte, diventano più importanti della realtà, creano a loro volta altri memi. In alcuni testi che trattano di memetica viene spiegato che non è importante quanto questa idea sia vera o profonda, ma quanto e come si diffonda e si replichi. In pratica funziona come un virus. Meme può essere un ritornello musicale fischiettato dalle persone, uno slogan, un’icona, una convinzione e anche un’ideologia.

Nel dizionario di Ontopsicologia il meme viene definito come un’immagine fine a se stessa, che non ha la connessione con la realtà della vita ed è l’esatto contrario del gene, che invece porta con sé una informazione della natura che costituisce crescita per il soggetto.

Secondo molti studiosi il punto sul quale la memetica si è arenata nei suoi studi e sviluppi è il non aver trovato spiegazione sull’origine dei memi.

Risposte che sono emerse invece dal 18 al 21 maggio del 2002, nel XVI Congresso Internazionale organizzato a Milano dall’Associazione Internazionale di Ontopsicologia sul tema “Ontopsicologia e Memetica”. L’Ontopsicologia da oltre trent’anni ha scoperto la presenza di immagini ripetitive nella mente dell’uomo che sono capaci di alterare la visione della realtà e condizionare l’uomo nelle sue scelte. Ha scoperto come e perché si formano ed ha formalizzato la tecnica per riconoscerle (e distinguerle dalle immagini che invece sono vitali) per non restarci fissati sopra.

Nel congresso del 2002 si è evidenziata la differenza d’impostazione tra la logica della vita (la logica della creatività e dell’evoluzione) e la logica memetica (la logica della ripetizione e della fissità).

Nelle oltre 100 relazioni del congresso, oggi diffuse e studiate in tutto il mondo, si è dimostrato che la vita dell’uomo non è una formula, né un codice ripetitivo. È vero che il mondo è dominato dai memi ma è anche vero che la realtà umana è capace di slanci creativi, di vitalità in un crescendo continuo.

Le più significative relazioni del congresso sono raccolte nel testo omonimo edito dalla Psicologica Editrice.

La psico-oncologia è una disciplina specifica “di collegamento” tra l’area oncologica e quella psicologica nell’approccio al paziente con cancro e alla sua famiglia. Gli obiettivi di questa disciplina vengono oramai proposti nei diversi Paesi come punti centrali dell’intervento in oncologia. La crescente espansione che sta conoscendo la psico-oncologia negli ultimi anni testimonia il ruolo sempre più importante che anche la medicina sta riconoscendo alle variabili psicologiche e comportamentali del paziente nel condizionare la patologia tumorale, sia in termini di rischio d’insorgenza che di progressione clinica e di risposta al trattamento.
Uno dei campi di ricerca della psico-oncologia è proprio l’individuazione dei meccanismi di reazione psicologica alla malattia che influenzano o permettono una più rapida guarigione. Di fatto, questi fattori restano ancora poco compresi. Proprio in questi giorni si sta ponendo all’attenzione della comunità scientifica il fenomeno delle remissioni spontanee in pazienti affetti da tumore .In uno studio pubblicato a Novembre 2008 su Archives of Internal Medicine, Zahal et al hanno analizzato i tassi di cancro invasivo della mammella sulla popolazione femminile norvegese. Con loro sorpresa, hanno osservato non solo che alcuni tumori invasivi andavano incontro a regressione spontanea, ma anche che questo sembrava verificarsi nel 22% delle donne incluse nello studio. Questo studio è il primo ad evidenziare un tasso così elevato di remissioni spontanee, un fenomeno generalmente considerato raro ed eccezionale. David Angus, direttore del centro oncologico di Los Angeles, afferma che “un tale dato non può che condizionare la visione globale del cancro fino ad oggi condivisa dalla comunità scientifica” (Rowan, 2009). Se il cancro regredisce, la spiegazione potrebbe risiedere in complesse interazioni che avvengono fra le cellule tumorali e il circostante ambiente all’interno del corpo del paziente. Ma lo stesso Angus riconosce che questa area di ricerca è ancora piuttosto oscura. Il sistema immunitario potrebbe inviare dei segnali che “spengono” il processo tumorale, ma “ad oggi è del tutto impossibile prevedere se un tumore andrà incontro a remissione”. La lente offerta dalla psico-oncologia può dare suo contributo alla comprensione di queste osservazioni? Forse, ma da sola non potrebbe garantire che questo contributo sia scientificamente fondato.
Se oggi il sistema immunitario sembra giocare il ruolo chiave nel processo cancerogeno, la ricerca condotta dall’Ontopsicologia ha dimostrato che, in realtà, il sistema immunitario agisce secondariamente rispetto all’etiologia primaria del processo patologico, che risiede nell’attività psichica del malato. L’Ontopsicologia, cioè, offre una visione più ampia della patologia tumorale che permette di compiere quel passo in avanti che oggi sembra mancare: dare una spiegazione razionale e coerente a questi fenomeni di remissione. Grazie agli strumenti d’analisi che consentono una lettura scientifica della psiche del malato, la patologia tumorale diventa comprensibile e prevedibile tanto nella sua insorgenza, quanto nel suo decorso e possibile esito.
Riferimenti bibliografici
Zahl et al (2008): The natural history of invasive breast cancers detected by screening mammography. Ann Int Med; 168(21): 2311-2316
Rowan K (2009): New study highlights questions surrounding spontaneous regression of tumors. J Natl Cancer Inst. 2009 Feb 18;101(4):225-7. Epub 2009 Feb 10

Grassi L e Morasso G (1999): Psico-oncologia: lusso o necessità, Giornale Italiano di Psico-Oncologia n°1, Il Pensiero Scientifico Ed., Roma

Morasso G et al (2002): Psiconcologia: lo stato dell’arte, in M. Bellini: Psiconcologia. Masson Ed, Milano 2002

Antonio Meneghetti (2008): La psicosomatica nell’ottica ontopsicologica. Psicologica Ed, Roma 1974-2008

Prima di diventare un grande scrittore si impara a leggere e a scrivere. Così prima di usare l’Ontopsicologia in maniera semplice ed elementare bisogna togliere alcuni difetti. Perché anche l’Ontopsicologia se non è capita in modo razionale, concreta e responsabile può diventare una fissazione ideologica che va a rinforzare la frustrazione finale.
Lo scopo è poter usare lo strumento “ontopsicologia” per poter cominciare una nuova generazione di leader. Ma prima bisogna togliere alcuni difetti, alcune difficoltà, alcuni pericoli che il giovane porta con sé e dove sostanzialmente rimane ingannato.
I punti da analizzare in questo senso sono tre: il biologismo, l’idealismo critico e il sesso. Non è necessaria la contemporaneità di tutti e tre per considerarli un pericolo. È sufficiente anche uno solo di essi per mettere in discussione la costruzione di una personalità efficiente del giovane nella società.
In sostanza il biologismo sarebbe ridurre l’umano ad una sola dimensione, cioè quella biologica, dimenticando la dimensione integrale dell’uomo. Vengono elusi, evitati i grandi riferimenti di conoscenza, intelligenza, felicità, responsabilità, superiorità. Cioè questo grande mondo di stupendi valori non viene sottolineati, non vengono incrementati nei giovani. Oppure tutti questi valori vengono ricattatati, vengono presi per fare servizio esclusivamente ai valori biologici cioè sesso, mamma, papà, famiglia, figli. Per la maggioranza dei giovani fare famiglia diventa lo scopo ultimo, primario, assoluto. Così il giovane perde la grande scuola del leaderismo sociale, l’ambizione, la superiore capacità di fare con capacità di guadagno continuo. Quando per esempio nell’età in cui è ricco di emozioni e prova delle paure, prova delle forme chiuse, questo dipende anche dal fatto che il giovane non ha imparato ancora le forme per verbalizzare, per estendere, per formalizzare i grandi potenziali che lui ha. Cioè non sa parlare. Sa solo emozionarsi e non costruisce niente. E questa è un’energia perduta perché non è formalizzata sul piano storico e sociale per soddisfazione individuale.
L’idealismo critico è la trappola dove tutti anche se per un breve periodo, siamo passati durante l’età adolescenziale. È cioè l’illusione di una onnipotenza di poter fare tutto che il giovane avverte quando cresce. Di fatto esiste questo perché comincia la coscienza di una potenzialità personale dove tutto potrà diventare possibile: il corpo cresce, si comincia a vedere con curiosità il mondo, si sperimenta l’indipendenza di pensiero. Tutto questo arriva con abbondanza per natura, ma esiste – nel giovane – ancora l’incapacità storica di poter usare questa forza. Il punto critico dove pedagogicamente bisogna intervenire è la responsabilizzazione del giovane di fronte a questa sua ricchezza personale; è l’insegnamento di una gestione matura di quello che rappresenterà la sua forza futura. Perché questa gratuità è data per un breve periodo della vita, non si può pensare di averla per sempre. E in questo tempo che si costruisce la struttura vincente per lo sviluppo della propria personalità.

Il sesso
È chiaro che i giovani sono la bellezza fisica di ciò che si riferisce alla struttura del sesso. E quindi là dove l’essere umano fiorisce prima, proprio lì arriva più rapida la malattia e anche la distruzione. Il sesso è un problema enorme e onestamente, molto grande. Non è un problema che nasce dalla natura, ma è un problema che si è formato attraverso le diverse forme di società, di civiltà in cui viviamo. Certamente ha la sua importanza perché la natura ha trasmesso l’eternità della specie esattamente nell’azione sesso cosicché attraverso esso la natura fa l’immortalità della specie. Non è il sesso in sé il problema, ma è lo stereotipo che si usa nel sesso che poi ferisce.
Il giovane è biologicamente pronto a livello sessuale in un momento della sua vita senza però avere la maturità psicologica del gesto. Ma ricevendo inoltre continui input dall’esterno che spingono all’azione sessuale, agisce poi a vuoto una funziona che non coglie in maniera funzionale per se stesso. Ma è circondato da stereotipi, condizionamenti che cercano comunque di imbrigliare uno degli istinti più belli della vita.

Tutti gli esseri umani sono preimpostati ad una tensione dolorosa, a volte spasmodica. Anche in pedagogia si cerca sempre di fare stimolo su questa tensione. La psicologia della vittoria è una delle cose che il monitor di deflessione ha cancellato nella memoria degli esseri umani; sostanzialmente ha lasciato la tensione e ha decapitato la testa. Ogni atteggiamento di dolore e di psicologia negativa nasce sempre da uno stato di frustrazione, quindi da uno stato in cui il soggetto viene deprivato del proprio naturale piacere di merito. Se la vita è piacere, se l’essere è estetico, se al finale ci si deve nutrire di bello, tutta la semovenza del proprio esistere ha senso se ha concreto il piacere come soddisfazione interiore e sottolineamento di una autoesaltazione.
Che cos’è la psicologia della vittoria? “Vittoria” significa: la forza che rinforza l’azione scorrendo: e’ molto più di vita. “Vita” significa: il luogo della forza. Con vittoria non si intende la riuscita davanti agli altri, ma una riuscita interiore, di autogenesi, la soddisfazione di avere fatto bene ogni cosa.
Di piacere ci si nutre e si vive. La vita è meravigliosa se si sa coltivare questo piacere fatto di tante microscopiche vittorie, le quali tessono una solida struttura di benessere. Occorre ritrovare il filone della psicologia della vittoria.

Anche nel momento del problema, della lotta, si deve ricordare che si sta facendo un altro esame. Quello che si è fatto prima è stato realizzato bene e ci si trova su quel fronte di guerra perché sono stati superati già altri fronti di guerra.
La psicologia della vittoria è consona a tutto ciò che è il fine dell’Ontopsicologia.
Il senso del paradiso sta già qui, tuttavia si deve realizzare questa trasparenza, cioè dall’oggettivo corporeo occorre entrare nella compresenza della forma estetica di quella sorgente che oggettifica e specifica le proprie individuazioni. Dal gusto della parte si deve entrare nel piacere del tutto. Questo si ottiene avendo sempre una vita ordinata con se stessi. “Ordinata” si intende: assestare bene, di azione in azione, il proprio quotidiano. Quando non si sta bene, vuol dire che si è sbagliato, non che gli altri hanno fatto del male. Si è sbagliato tecnicamente, si è messo un correlato improprio all’armonia. La malattia, la depressione e lo stato isterico indicano uno stato a vuoto, un errore comportamentale del soggetto, il quale ha attuato qualcosa di improprio alla propria struttura psicologica.
Non si arriva alla psicologia della vittoria fermandosi sugli strumenti, ma riqualificando in certi momenti la dignità di se stessi e la responsabilità di ciò che è possibile fare. E’ necessario vivere con ammirazione di se stessi, perché se stessi è il primo bene, l’unico fulcro dove la vita si riposa. Se la vita si riposa in un realizzato, è giusto che il realizzato partecipi di questa realizzazione.
Occorre verificare e perfezionare il proprio stile di vita. Dai frutti che si raccolgono, si capisce la crescita, ma mentre si raccolgono i frutti, bisogna saperli degustare, perché dopo, questi potenziano la loro azione ed inseminano un orizzonte più avanti.
Bisogna vivere di soddisfazione e del proprio orgoglio interiore, non tradire mai questo mondo interiore, perché quando lo si perde, viene meno tutto.
Tutto questo può esistere se è una scelta. La vita in un primo momento è necessità, poi diventa scelta.
Un vincente deve sapere che, proprio perché costruisce nuovi orizzonti all’essere, subirà gli attacchi da parte dei peggiori. Il mondo dei malati e dei falliti è enorme. E’ come se questi cercassero di diluire l’atroce colpa di avere tradito se stessi proiettandola sul primo vincente che capita. Chiunque abbia l’odore di vincente è il primo ad essere attaccato, perché – se incrimina il vincente – il perdente dimostra che non poteva fare più di quanto ha fatto. E’ semplicemente il tentativo meccanicistico di compensare la colpa.