Tutti gli esseri umani sono preimpostati ad una tensione dolorosa, a volte spasmodica. Anche in pedagogia si cerca sempre di fare stimolo su questa tensione. La psicologia della vittoria è una delle cose che il monitor di deflessione ha cancellato nella memoria degli esseri umani; sostanzialmente ha lasciato la tensione e ha decapitato la testa. Ogni atteggiamento di dolore e di psicologia negativa nasce sempre da uno stato di frustrazione, quindi da uno stato in cui il soggetto viene deprivato del proprio naturale piacere di merito. Se la vita è piacere, se l’essere è estetico, se al finale ci si deve nutrire di bello, tutta la semovenza del proprio esistere ha senso se ha concreto il piacere come soddisfazione interiore e sottolineamento di una autoesaltazione.
Che cos’è la psicologia della vittoria? “Vittoria” significa: la forza che rinforza l’azione scorrendo: e’ molto più di vita. “Vita” significa: il luogo della forza. Con vittoria non si intende la riuscita davanti agli altri, ma una riuscita interiore, di autogenesi, la soddisfazione di avere fatto bene ogni cosa.
Di piacere ci si nutre e si vive. La vita è meravigliosa se si sa coltivare questo piacere fatto di tante microscopiche vittorie, le quali tessono una solida struttura di benessere. Occorre ritrovare il filone della psicologia della vittoria.

Anche nel momento del problema, della lotta, si deve ricordare che si sta facendo un altro esame. Quello che si è fatto prima è stato realizzato bene e ci si trova su quel fronte di guerra perché sono stati superati già altri fronti di guerra.
La psicologia della vittoria è consona a tutto ciò che è il fine dell’Ontopsicologia.
Il senso del paradiso sta già qui, tuttavia si deve realizzare questa trasparenza, cioè dall’oggettivo corporeo occorre entrare nella compresenza della forma estetica di quella sorgente che oggettifica e specifica le proprie individuazioni. Dal gusto della parte si deve entrare nel piacere del tutto. Questo si ottiene avendo sempre una vita ordinata con se stessi. “Ordinata” si intende: assestare bene, di azione in azione, il proprio quotidiano. Quando non si sta bene, vuol dire che si è sbagliato, non che gli altri hanno fatto del male. Si è sbagliato tecnicamente, si è messo un correlato improprio all’armonia. La malattia, la depressione e lo stato isterico indicano uno stato a vuoto, un errore comportamentale del soggetto, il quale ha attuato qualcosa di improprio alla propria struttura psicologica.
Non si arriva alla psicologia della vittoria fermandosi sugli strumenti, ma riqualificando in certi momenti la dignità di se stessi e la responsabilità di ciò che è possibile fare. E’ necessario vivere con ammirazione di se stessi, perché se stessi è il primo bene, l’unico fulcro dove la vita si riposa. Se la vita si riposa in un realizzato, è giusto che il realizzato partecipi di questa realizzazione.
Occorre verificare e perfezionare il proprio stile di vita. Dai frutti che si raccolgono, si capisce la crescita, ma mentre si raccolgono i frutti, bisogna saperli degustare, perché dopo, questi potenziano la loro azione ed inseminano un orizzonte più avanti.
Bisogna vivere di soddisfazione e del proprio orgoglio interiore, non tradire mai questo mondo interiore, perché quando lo si perde, viene meno tutto.
Tutto questo può esistere se è una scelta. La vita in un primo momento è necessità, poi diventa scelta.
Un vincente deve sapere che, proprio perché costruisce nuovi orizzonti all’essere, subirà gli attacchi da parte dei peggiori. Il mondo dei malati e dei falliti è enorme. E’ come se questi cercassero di diluire l’atroce colpa di avere tradito se stessi proiettandola sul primo vincente che capita. Chiunque abbia l’odore di vincente è il primo ad essere attaccato, perché – se incrimina il vincente – il perdente dimostra che non poteva fare più di quanto ha fatto. E’ semplicemente il tentativo meccanicistico di compensare la colpa.

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