Nella letteratura psicologica, da più parti emerge la metafora della madre-specchio: nel corso delle prime interazioni, la madre restituisce – come in un uno specchio – al bambino l’immagine di sé e del mondo. Da ciò dovrebbe conseguire un ruolo materno di supporto alla costruzione, da parte del bambino, della propria identità, vista come terreno di scambio tra sé e il mondo esterno. Nell’ottica ontopsicologica, viceversa, la madre è filtro di realtà e matrice delle esperienze successive, perché il bambino, che è posto dalla natura in un certo modo, nei fatti, apprende se stesso e il mondo per come la madre gli filtra la realtà. Ciò significa che la madre non può essere vista come uno specchio – che in sé è neutro perché si limita a rimandare l’immagine della realtà che vi si specchia – ma deve essere vista come un filtro, perché restituisce al bambino l’immagine di sé e della realtà esterna non per come essi sono, ma per come sono secondo la sua personale rielaborazione cognitiva ed affettiva. La conseguenza di questa restituzione filtrata della realtà è che, da quel momento in poi, il soggetto (bambino prima e adulto poi) apprenderà, percepirà e strutturerà l’ambiente sociale e il suo rapporto tra sé e il mondo non secondo la sua identità di natura – secondo il progetto di come la natura lo ha posto – ma secondo la chiave di lettura e il codice di decifrazione immesso dalla madre. In tal senso, dunque, la madre fa da matrice al rapporto sociale: “la madre plasma il modo in cui identificare il reale e gli altri, per cui il piccolo reagisce e risolve i suoi bisogni secondo il modo di risposta della madre. “Il bambino struttura la propria tipologia strutturandosi su quella materna.”
Citazione da A. Meneghetti, Manuale di Ontopsicologia, Psicologica Editrice, Roma 2008, p. 207