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La Psicologia manca completamente di fondamento scientifico perché non ha ancora definito il criterio di verifica della esattezza del procedere della conoscenza e  il metodo proprio di indagine di un ente, quale l’uomo, la cui realtà corporea non è solo una dimensione oggettiva –come per piante ed animali- ma soprattutto ‘soggettiva’. Quindi la conoscenza dell’uomo non può usare solo strumenti messi a punto per lo studio di enti naturalistico-oggettivi, ma accanto a questi deve disporre di quelli specifici per l’indagine della realtà psichica, propriamente umana.
La Psicologia si limita all’utilizzo di quelli propri delle scienze della natura, come la Medicina ma, a differenza di questa, lo fa in maniera approssimativa, superficiale.
Anche i più seri tentativi di indagare il profondo dell’uomo vengono dalla Medicina, da Freud a Jung, fino a Groddeck e Balint, per citare solo alcune pietre miliari di un percorso di ricerca estremamente fecondo.
Il limite di tutti questi sforzi è nel tentare di analizzare l’uomo nella sua interezza disponendo di una logica, una metodica e una strumentazione messe a punto usando solo una parte dell’uomo, quella cosciente.
A parte questo problema,  sicuramente la Medicina ha mostrato una competenza indiscutibile nella conoscenza della corporeità, quindi è l’interlocutore più valido dell’Ontopsicologia per parlare di psicosomatica.
L’Ontopsicologia ha messo a punto un metodo razionale per conoscere l’attività psichica, che è la causalità della fenomenologia umana, dall’inconscio, all’emozione, al pensiero, fino al corpo, quindi ha conoscenza avanzata anche sulla psicosomatica.
La difficoltà, se non si conosce l’attività psichica, è di capire la continuità tra la dimensione psichica e quella somatica, infatti si parla di ‘salto’; inoltre si ha della psiche un’idea mitica, tra il ‘concetto limite’ e l’astrazione mentale.
Sono molte le domande alle quali la medicina non ha ancora dato risposta, risposte che invece l’Ontopsicologia può  trovare, ma due sono forse le più urgenti, preliminari alla costruzione di una efficace conoscenza e prassi psicosomatica.
La prima riguarda le patologie cosiddette ‘idiopatiche’, più note come ‘psicosomatiche’: grazie ai miglioramenti delle tecnologie, a molte patologie prima classificate come idiopatiche è stata attribuita una etiopatogenesi  virale o genetica, ma questo non risolve il  problema.
Il virus o il batterio sono ‘causa strumentale’, non ‘causa agente, infatti spesso si tratta di microrganismi sempre presenti nel corpo, che ad un certo punto diventano aggressivi o semplicemente non più respinti dal sistema immunitario: in entrambi i casi resta da spiegare perché e come questo accada.
Per quanto riguarda la causalità genetica, qualunque modificazione morfologica del corpo umano dev’essere prima codificata dal codice-base, quello genetico, appunto, ma resta da capire che cosa modifichi questo.
Un’altra domanda riguarda i casi in cui, nello stesso paziente, sono presenti contemporaneamente sintomi non riferibili ad un’unica patologia o sindrome, ma a  patologie diverse, per cui giungere alla individuazione di una causalità è ancora più complicato.
Una delle conseguenze di questi limiti  è, sia da parte dei medici che dei pazienti, di identificare ‘malattia psicosomatica’ o idiopatica—con ‘malattia immaginaria’.
Per un esperto dell’attività psichica la continuità psiche-soma e l’azione causale della psiche sono evidenza ed esperienza continua.
L’ontoterapia è in grado di curare  proprio perché dispone di un metodo che consente di identificare la causa della patologia, naturalmente non in contrapposizione alla medicina, ma in collaborazione.
Per la medicina la conoscenza del metodo ontopsicologico è estremamente importante, in quanto le consente di seguire il percorso della patologia fin da quando viene, inconsciamente, progettato, cioè molto prima che diventi visibile e rilevabile come ‘sintomo’. Dietro ogni patologia c’è sempre un ‘progetto’, un preciso ordine che – dopo aver alterato il sistema immunitario- produce un’alterazione del previsto ordine di natura.
Quando il sintomo è già di rilevanza organica, la competenza della medicina è indiscutibile, ma se si vuole ‘curare’, cioè non solo eliminare il sintomo ma la causa e quindi il rischio di spostamenti, allora deve intervenire la metodica ontopsicologica.
Dopo una lunga sperimentazione, sono riuscito a ‘leggere’ la progettazione dell’inconscio e ad identificarne il codice di comunicazione.
Questa conoscenza è stata portata all’attenzione dei medici in diversi incontri di studio- durante i quali ho dimostrato l’applicazione del metodo ontopsicologico-che hanno prodotto in alcuni  immediata convinzione e quindi poi c’è stato il proseguimento di studio, di ricerca e quindi di verifica.
In altri è rimasta una perplessità, ma in nessuno c’è stata negazione, tenendo presente che ogni volta ho sempre agito su pazienti in vivo, proposti dagli stessi medici presenti, con esposizione medica, mai psicologica.
Il metodo ontopsicologico si è dimostrato efficace, le uniche difficoltà che esso comporta sono tre.
La prima è dovuta ai suoi costi, la seconda alla lunghezza del percorso formativo di esperti del metodo, perché esso implica due preparazioni, quella specifica medico-psicologica  e quella della personale maturità, cioè della preparazione umana.
Praticamente l’operatore, oltre ad avere una superiore competenza tecnica, deve essere anche un sano esistenziale.
“Sano esistenziale” non è un sano di corpo, ma è una persona che ha capacità cosciente di cogliere l’identità della sua esistenza, cioè non ci sono  fratture inconsce nella sua personalità.
La terza difficoltà è dovuta al fatto che l’acquisizione della competenza circa l’uso del metodo ontopsicologico è possibile solo a persone dotate di mezzi, intelligenza e volontà.
Inoltre, anche se tutta la ricerca ontopsicologica  è stata sempre condotta senza mai perdere di vista le conoscenze e la concretezza medica, però è stata fatta  da uno scienziato a preparazione specificamente psicologica.
Per i motivi che ho esposto, volendo mettere la conoscenza ontopsicologica a disposizione della comunità scientifica, ritengo che il medico abbia più preparazione dello psicologo, perché la psicologia contemporanea ha perduto l’impatto con il concreto e allora questo ha creato un’ulteriore difficoltà; invece, in campo medico si trova questa costante ricerca del contatto, dell’impatto, etc.

Prof. Antonio Meneghetti

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