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Immaginiamo di essere in sella alla nostra super-bicicletta, armati di entusiasmo e buona volontà, con la convinzione che tutta quell’energia fisica e mentale che stiamo investendo, pedalata dopo pedalata, sarà presto ripagata…passati i tornanti del valico di montagna, ci aspetta il traguardo! Il percorso però ci sembra più lungo del previsto, ma si continua a pedalare perché non si può mollare proprio ora! Immaginiamo allora che qualcuno arrivi da dietro a bussarci sulla schiena…toc toc…e questo basta per farci accorgere di colpo che siamo su una bella cyclette, a pedalare, a sudare e a faticare a vuoto…è questa più o meno la sensazione che si prova quando si incontra il metodo ontopsicologico.
Mente e corpo, geni e ambiente, natura e cultura, ereditarietà e apprendimento…sono sono alcuni esempi delle numerose contrapposizioni che dilaniano la ricerca scientifica in generale, e in particolare quella relativa alla difficile convivenza fra medicina e psicologia. Perché ci si ammala, da dove viene il sintomo e come si trasmette la malattia…se per passione, per obbligo di studio o per professione ci si dedica all’indagine su questi due poli, non si può fare a meno di sperimentare l’effetto di “rimpallo” tipo pallina da ping-pong: è vero tutto ed il contrario di tutto, tante ricerche sostengono ciascun versante ma altrettante lo smentiscono. Per tanto tempo ho creduto che quella sensazione di aria che si accumula e che pesa nella testa, che puntualmente arrivava quando m’immergevo in queste analisi, fosse l’espressione di una personale incapacità di capire e di cogliere il bandolo della matassa. Finchè non è arrivata un’esperienza diversa: la testa sgombra, leggera, ma lucida e consapevole. È stato in quel momento che ho capito che la pesantezza nella testa era il segnale di una ricerca che andava a vuoto…insomma, come quando si pedala sulla cyclette!
La tesi della scienza Ontopsicologica, basata sull’esperienza clinica, è semplice e chiara: l’attività psichica può cambiare le coordinate biologiche ed alterarle molecolarmente . Non esiste cioè alcun salto “misterioso” dalla causa psichica all’effetto somatico, ma piuttosto continuità. Il male è sempre un linguaggio dell’uomo totale, pertanto la ricerca che parte dagli effetti, come nel campo medico, non ci consente di rintracciare la causa. Invece, partendo dal campo dell’attività psichica, si può sapere la causa, prevederla, controllarla e cambiarne anche gli effetti.

Domanda: quello che non capisco è perchè la ricerca scientifica che si fa in ambito istituzionale non sia arrivata a queste stesse conclusioni, se sono veramente così semplici, ma continui invece a rimanere imbrigliata nelle contrapposizioni…

In ultim’analisi, il problema che mantiene miope la scienza attuale è legato al metodo.
La situazione oggi è la seguente. La medicina ammette al massimo che i fattori psichici possano essere uno dei tanti fattori che contribuiscono alla malattia (si parla di etiologia multi-fattoriale e di sistema psico-neuro-immuno-endocrino etc.). Ma se si parla di causa, di quel fattore da cui tutto origina e in base al quale si spiegano tutti gli effetti, ci troviamo davanti a due schieramenti contrapposti.
Da un alto, c’è chi cerca la causa solo ed esclusivamente nel somatico ma, attenzione: nessuno ha dimostrato che la malattia nasce senza eccezioni nel corpo, altrimenti non osserveremmo quelle contraddizioni che la medicina oggi non riesce a spiegare. Due esempi su tutti: perché esistono persone che, pur essendo ripetutamente esposte al virus dell’HIV, non si ammalano? Perché esistono persone che, pur non avendo neanche mai pensato al fumo nella loro vita, si ammalano del tumore tipico del fumatore incallito? Tuttavia, i ricercatori del partito del “corpo” sanno bene che, per essere riconosciuti come “ortodossi”, devono rivolgersi con priorità all’organico e questo per una ragione legata al metodo: non dispongono di strumenti che permettono di indagare la psiche in maniera scientifica, pertanto la escludono dal campo di analisi e ritengono blasfeme parole come “olistico” o “inconscio”.
Queste terminologie vengono invece accettate di buon grado da chi è iscritto al partito dell’opposizione, quello della “psiche”. Qui troviamo tutti coloro che raccolgono gli scarti del partito “organicista” e ne fanno la propria bandiera. Cioè, riconoscono il valore e il ruolo delle forze psichiche nel determinismo degli eventi somatici, riconoscono il concetto della malattia come “messaggio”, cioè come comunicazione di un errore esistenziale che l’individuo commette. Questi spunti possono anche essere interessanti, se non fosse per il fatto che non vediamo mai codificato un metodo per l’identificazione della causa che spiega il perché e il come della malattia e che, una volta variata, spieghi senza eccezione anche la guarigione. In altre parole, esattamente come gli organicisti, anche i sostenitori della psiche mancano di un metodo che gli consenta di procedere scientificamente. È per questo che nascono in quest’ambito tutte quelle discipline “energetiche”, a carattere mistico, etichettate con suffissi del tipo “para-” o “meta-” ad indicare proprio il fatto che si muovono a latere o al di fuori di ciò che oggi è scienza.
Quindi, il modo di operare della scienza oggi non è in grado di indagare la realtà della psiche e, a seconda che io la escludo o la esalto, appartengo ad uno dei due partiti: in un caso sono dentro alla convenzione proposta dalla scienza, nell’altro caso ne sono fuori.
È come quando in azienda c’è che chi lavora sempre dentro le procedure e chi ne esce gestendo continuamente le eccezioni: in fondo non si tratta di “buoni e cattivi”, ma si tratta di prendere atto del fatto che esistono delle possibilità di azione, non previste dalle procedure, che sono solo in attesa di un modo per essere codificate…“non esistono misteri, ma solo realtà insufficientemente conosciute” . L’Ontopsicologia colma proprio questo gap.

Domanda: e cosa avrebbe di diverso l’Ontopsicologia da quelle discipline “alternative” che appellano al “potere della mente” e all’ “auto-guarigione”?

Rispondere a questa domanda significa spiegare perché l’Ontopsicologia è scienza e, in particolare, perché è l’unica scienza che può di diritto sostenere la continuità fra psiche e soma, superando quindi l’enigma posto da Freud del “salto”. In sostanza, è tutto riconducibile all’originalità e all’esclusività del metodo ontopsicologico.
Il metodo con cui si opera secondo l’ottica ontopsicologica permette infatti di indagare con la logica razionale tutte le realtà dell’uomo, incluse quindi tutte le varianti della psiche. Ciò che conferisce la razionalità a questa indagine sono le tre scoperte, cioè i tre strumenti-chiave su cui si basa il metodo e che sono uniche ed esclusive della scienza ontopsicologica: In Sé ontico, campo semantico e monitor di deflessione. Senza queste tre scoperte, non si può fare scienza. Il metodo è nato dalle osservazioni della pratica clinica e da quando è stato definito, cioè più di trent’anni fa, non si è mai verificato un caso che non potesse essere spiegato, compreso e risolto attraverso le tre scoperte. La loro applicazione permette infatti di capire come le dinamiche psichiche strutturano l’organico, di conoscere il criterio specifico di ogni individuo in base al quale stabilire la sanità e la malattia e, quindi, di sapere se i comportamenti del soggetto determinano la salute o l’alterazione patologica delle cellule.
In Ontopsicologia si ha evidenza continua che è sempre la nostra psiche ad essere la responsabile di sintomi che si manifestano sia a livello mentale (depressione, ansia fino alla schizofrenia) che fisico (disturbi neurovegetativi, infezioni fino al tumore). Mente e corpo sono due facce della stessa medaglia, cioè di quell’architetto che progetta e costruisce la malattia con un preciso scopo: l’attività psichica. Non è pensabile voler capire un edificio senza l’architetto. Per le peculiari caratteristiche del suo procedere, il metodo ontopsicologico è in grado di intercettare quel specifico progetto che determina quel specifico effetto sintomatico.
È solo così che si supera per la prima volta in campo scientifico ogni dualismo mente-corpo. Qualche “barlume” di riconciliazione oggi viene dalle neuroscienze. Le neuroscienze stanno cominciando a dimostrare che l’esperienza registrata dal soggetto, quindi un comportamento appreso, è in grado di produrre variazioni dell’espressione genica, e che quindi non esisterebbe nessuna contrapposizione fra geni e ambiente. Le neuroscienze si stanno avvicinando a quanto asserito dall’Ontopsicologia da decenni, cioè che la mente, mentre pensa, agisce . Tuttavia, mancando della conoscenza ontopsicologica dei fattori che operano nella psiche, queste evidenze non possono tradursi in operatività sul malato nella prassi clinica, ed è per questo che i più illustri neuroscienziati sono i primi a riconoscere che “anche se la ricerca in campo psichiatrico ha cominciato a riconoscere le potenzialità delle neuroscienze, l’entusiasmo scientifico ad esse connesse non ha ancora contagiato la pratica clinica, né ha influenzato la diagnosi e il trattamento dei disturbi” .

Domanda: ma allora il metodo ontopsicologico è una sorte di bacchetta magica che risolve ogni male? Va bene che sia semplice, ma così sembrerebbe anche esserlo un pò troppo…

Chiariamo subito un aspetto: quando conosciuto ed applicato con esattezza dall’operatore, il metedo porta senza eccezione ai risultati previsti. Ma c’è una condizione senza la quale non si può intervenire, nè col metodo ontopsicologico così come con nessun altro strumento: il malato deve dare la sua disponibilità.
Cioè, una volta che il metodo ontopsicologico identifica il progetto della malattia nella psiche del soggetto, si spiega all’individuo che è lui stesso nel suo inconscio ad essere l’architetto costruttore del suo male e qual è lo scopo che lui vuole ottenere attraverso l’aberrazione patologica, cioè a cosa serve la sua malattia. Il soggetto viene così responsabilizzato a livello della sua volontà cosciente. È in questo momento che l’individuo si trova davanti ad una libera scelta: cambiare, dando quindi la disponibilità all’intervento del metodo, oppure continuare a portare avanti quell’errore tecnico che lui commette nel condurre la propria vita e che causa la malattia. L’errore che tu pensi e gestisci sagoma il corpo .
Nessuna tecnica può scardinare o by-passare questo punto di libera scelta interiore sul quale l’operatore non può e non deve intervenire.

Domanda: questo concetto non sembra essere proprio una novità, però…ha qualcosa a che vedere con quanto si osserva in psicoterapia?

Assolutamente sì. Abbiamo detto che psiche e soma sono solo due facce di una stessa medaglia. Quindi, non solo la logica del sintomo è la stessa, sia che si manifesti a livello psicologico o somatico, ma anche la logica della resistenza è sempre la stessa. È inutile che il paziente dica di voler guarire se poi non sceglie di rinunciare all’abitudine di un atteggiamento o comportamento che, seppur comodo e ormai tanto caro, causa la malattia: questo vale sia in psicoterapia che in medicina. Ma mentre in psicoterapia questo fenomeno è ben noto e si identifica con la resistenza, in medicina la sola idea che il paziente possa opporsi alla sua guarigione sembra assurda. Per questo, la resistenza in medicina non è neanche mai stata indagata. L’unico ruolo che viene riconosciuto al paziente nel successo della terapia è in termini di compliance, cioè di aderenza alle indicazioni ricevute relative all’assunzione di farmaco e a certi stili di vita più o meno salutari. Una curiosità: digitando “resistenza e terapia” sui motori di ricerca internet, le voci che compaiono sono tutte relative a due ambiti: quello psicoterapico e quello infettivo. Come l’intervento del terapeuta si associa alla resistenza che attiva il paziente e che può portare al fallimento della terapia, così una terapia farmacologia, per quanto valida ed efficace, può dare vita alla resistenza se il paziente non è aderente alle indicazioni che riceve sulle modalità della sua assunzione…
Tuttavia il medico, quando opera in buona fede, non prenderà mai in considerazione l’idea di attribuire al malato la responsabilità dell’insuccesso terapeutico. L’impressione è il medico si senta sempre in qualche modo “complice” o “colpevole” della mancata guarigione…probabilmente questo accade anche per il fatto che, dentro di sé, si sente in deficit, cioè pur avendo fatto tutto quello che è nelle sue possibilità, forse sente che c’è dell’altro…ma sente anche di non essere tutelato da uno “strumento” che gli garantisca un procedere sicuro nel processo di diagnosi e di cura.

Domanda: sembrano però anche qui esserci delle contraddizioni: se per l’Ontopsicologia la causa è nella psiche, allora cosa ne è della medicina? Sembrerebbe quasi che il medico non abbia più ragione di esistere, tanto fa tutto la psicologia…è così?

Non si deve pensare ad una confusione fra le due funzioni: la psicologia non può sostituire la medicina e viceversa. Per essere chiari ed evitare ogni fraintendimento, quando si dice che la scuola ontopsicologica cura con “esclusione” medica non significa che si taglia fuori in senso assoluto l’intervento medico; piuttosto significa che all’interno della psicoterapia ontopsicologica non vengono prescritti farmaci e che, allo stesso tempo, lo psicoterapeuta non interferisce con le cure mediche che il paziente sta seguendo o deve seguire. Ci sono casi, infatti, dove si può agire esclusivamente attraverso l’analisi psicoterapica, così come ci sono casi che implicano l’intervento sia da parte medica che psicologica. Il campo medico si conferma indispensabile per rimuovere le effettualità patologiche che, se lasciate, diventano a loro volta causa di ulteriori alterazioni. Bisogna però ricordare che la medicina da sola non può essere risolutiva perchè non agisce e non cambia lì dove viene disegnata la strategia della malattia, cioè nella psiche.
Ma i vantaggi per il medico che derivano dalla conoscenza del metodo ontopsicologico sono indubbi: il medico per la prima volta ha una possibilità di qualificazione che gli consente di procedere sotto la guida di un faro esatto e, quindi, di intervenire in maniera funzionale, cioè mirata ed efficace, all’interno del processo di cura che è primariamente psichico.Questo si traduce per il medico anche in una maggiore soddisfazione nell’esercizio della professione, nell’acquisizione di una superiore leadership (il cui valore terapeutico è riconosciuto da tutti) e in una maggiore economia del proprio operato. Le strumentazioni ontopsicologiche gli permettono infatti in primo luogo di evitare di perdere tempo in lunghe ed inutili indagini, poi di non seguire a vuoto una patologia cronica e, in ultimo, di non “violentare” ma, anzi, imparare a rispettare le volontà dell’inconscio del soggetto che, altrimenti, rischiano di trasformarsi in veri e propri boomerang che si ripresentano sotto le spoglie delle ben note problematiche a carattere medico-legale.

Antonio Meneghetti (1974): “La psicosomatica nell’ottica ontopsicologica”. Ontopsicologia Editrice, Roma 2008
P. Gates (1959) in “Il misterioso salto dalla mente al corpo” a cura di F. Deutsch. Martinelli editore, Firenze 1975
A: Meneghetti, op. cit.
E. Kandel (2005): “Psichiatria, psicoanalisi e nuova biologia della mente”. Raffello cortina Editore, Milano 2007
A: Meneghetti, op. cit.

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